Crisi in Perù: a che punto siamo

La crisi in Perù: a che punto siamo

L’ondata di proteste che ha travolto il Perù a inizio dicembre non si è ancora arrestata. Scioperi, manifestazioni ed episodi di violenza hanno continuato a ripetersi in tutto il Perù meridionale esacerbando le tensioni sociali e mettendo in ginocchio l’economia di un paese che stenta a riprendersi dopo l’emergenza COVID.

Qualche settimana fa, nel blog Crisi politica in Perù: cosa devono sapere i viaggiatori, avevamo cominciato a tracciare i contorni di questa vicenda, ignari del fatto che gli scioperi e le violenze si sarebbero protratti per più di un mese. Nelle prossime righe cercheremo di raccontarvi cosa sta accadendo nel nostro meraviglioso paese.

Com’è cominciata la crisi in Perù?

L’ex-presidente Castillo, rappresentante della sinistra peruviana e fortemente sostenuto dalle popolazioni rurali del Perù meridionale, viene deposto e arrestato il 7 dicembre 2022 in seguito ad un tentativo di “auto-golpe”. Si conclude così una presidenza poco incisiva che ha visto infrangersi contro l’opposizione di un parlamento ostile la maggior parte delle proposte avanzate. Con la deposizione di Castillo, si procede con la nomina a presidente della vice di Castillo, Dina Boluarte che, come voluto dalla costituzione, assume la guida del governo per portare il paese verso le prossime elezioni, previste per il 2024.

Mentre nei palazzi del governo si procede a colmare il vuoto lasciato da Castillo, per strada esplodono le proteste. Sindacati, collettivi e comunità scendono in piazza per manifestare il loro disaccordo nei confronti dell’arresto di Castillo e per richiedere le dimissioni della nuova presidente, considerata colpevole di tradimento, insieme ad una nuova costituzione e allo scioglimento del parlamento. In pochissimo tempo, le proteste si estendono a tutta la nazione, andandosi poi a concentrare tra le regioni di Cusco, Puno e Arequipa, le roccaforti di Castillo.

Di fronte all’assordante silenzio delle autorità, le proteste dei manifestanti si fanno di volta in volta più agguerrite: lanci di pietre, blocchi stradali e ferroviari, atti di vandalismo, occupazione di aeroporti e saccheggio di fabbriche e miniere portano il governo a dichiarare lo stato di emergenza il 14 dicembre 2022, aumentando di fatto il potere dell’esercito, accorso per arginare il malcontento. Queste misure, però, non fanno altro che accrescere la rabbia dei manifestanti che si sentono nuovamente traditi da un governo che ha scelto di schierare i propri soldati piuttosto che scendere a patti con loro.

Si arriva così al 16 dicembre, una data che verrà tristemente ricordata come il “Massacro di Ayacucho“. In questa giornata, gli scontri violenti tra manifestanti e polizia culminano con la morte di 10 persone tra i civili. Vale la pena ricordare che il governo, ad oggi, non si assume la responsabilità di queste morti e ha messo in atto un’investigazione per accertare da dove provenissero i proiettili che hanno tolto la vita ai manifestanti coinvolti. Parallelamente, la presidente Boluarte viene accusata di genocidio ed anche il suo governo finisce sotto investigazione.

Lo stupore di una nazione intera di fronte agli eventi di Ayucucho porta alla proclamazione di una tregua e, a partire dal 17 dicembre 2022, le proteste si placano e la vita sembra riprendere con normalità. Fino al 4 gennaio. Finita la tregua delle festività natalizie, sindacati e collettivi tornano a manifestare, occupare e bloccare le vie di comunicazione. La tensione è alle stelle e si consuma un’altra tragedia, questa volta nella regione di Puno, Perù meridionale, dove perdono la vita 18 persone, 17 civili ed un poliziotto. Tra loro, un ragazzo di 15 anni.

La reazione dei manifestanti nelle altre regioni del Perù è immediata. A Cusco sono migliaia coloro che accorrono dalle zone rurali alla città. Tra loro c’è anche chi cerca (nuovamente) di occupare l’aeroporto e chi vandalizza strade e negozi. Lo scontro con l’esercito è inevitabile e un manifestante perde la vita, colpito da un proiettile (che l’esercito nega di aver sparato). E’ pochi giorni dopo questa ennesima tragedia che la Presidente appare per la prima volta davanti alle telecamere per rivolgersi alla nazione. Invoca il dialogo e la pace, ma non cede alle richieste dei manifestanti. La scarcerazione di Castillo, dice, non è responsabilità del governo, ma della magistratura. E assicura che sia lei che il parlamento rimarranno in carica fino alle prossime elezioni che avverranno nel 2024.

Qual è la situazione in Perù adesso?

Il paese vive ore di incertezza. Mentre le proteste si susseguono tra una tregua e l’altra, i cittadini guardano esasperati al futuro sperando di ritrovare la pace e la tranquillità per ricominciare a vivere. In un Perù meridionale dove la seconda economia più forte è quella del turismo, sono in tanti ad essersi ritrovati improvvisamente senza lavoro o senza clienti. Il blocco delle vie di comunicazione ha poi intralciato tanto il turismo quanto il commercio e l’approvigionamento delle città. Le persone sono stanche e chiedono risposte.

Al momento, non sembra essere possibile fare previsioni riguardo al futuro. Il governo ha già espresso chiaramente la propria posizione, inconciliabile con le richieste dei manifestanti ed il raggiungimento di un accordo sembra tutt’ora molto lontano. Ciononostante c’è chi spera che l’ondata di rabbia e risentimento sulla quale si sono sospinte le proteste di queste settimane possa affievolirsi e così lasciare spazio ad una diversa gestione della crisi sociale che, indubbiamente, il paese sta vivendo. Il divario (economico, sociale e politico) tra indigeno e creolo, campagne e città, province e capitale deve essere colmato.

Nel frattempo, la vita va avanti. Ristoranti, mercati, negozi e alberghi rimangono aperti. Chi non ha perso il lavoro continua a lavorare. Chi non ha rinunciato al suo viaggio in Perù continua a viaggiare, anche se con qualche ritardo. E tutti insieme speriamo che, molto presto, si torni ad una situazione di stabilità e pace, per il bene di tutti.

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